UNIMPRESA * STATI UNITI-UE: «NUOVI DAZI, RISCHIO AUMENTO INFLAZIONE E STOP TAGLI A TASSI D’INTERESSE BCE»


07.07 – sabato 5 aprile 2025

Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –

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** Immagine creata da redazione Opinione tramite Intelligenza artificiale – Chat Gpt **

L’introduzione dei nuovi dazi da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione europea potrebbe generare una nuova impennata dell’inflazione e bloccare i tagli ai tassi d’interesse attesi dalla Banca centrale europea nel 2025. Le misure protezionistiche americane – fino al 25% su acciaio e alluminio e tra il 10% e il 20% su vari beni manifatturieri e agroalimentari – avranno un impatto significativo anche sul fronte monetario e creditizio, con effetti negativi a cascata per famiglie e imprese italiane.

L’aumento dei costi delle importazioni potrebbe spingere l’inflazione europea di 1-2 punti percentuali, costringendo la Bce a rinviare i tagli ai tassi previsti nei prossimi mesi. È quanto spiega il Centro studi di Unimpresa, secondo cui con il costo del denaro attualmente al 2,5%, verrebbe così meno quella boccata d’ossigeno attesa dal mercato, frenando la riduzione delle rate dei mutui – oggi con una media intorno al 3% – e mantenendo a livelli elevati gli interessi sui prestiti bancari per le imprese, attualmente pari al 4%. In uno scenario di crescente incertezza economica, le banche tenderanno a rafforzare i criteri di selezione nella concessione del credito, valutando con maggiore rigidità la solidità finanziaria di famiglie e aziende, con l’obiettivo di contenere il rischio di nuove sofferenze.

Il risultato sarà una restrizione dell’accesso ai finanziamenti, che rischia di penalizzare soprattutto le piccole e medie imprese, già provate dall’aumento dei costi e dal rallentamento della domanda. «La combinazione tra inflazione persistente, tassi elevati e minor credito può rallentare consumi e investimenti, generando un effetto recessivo sull’economia nazionale. Di fronte a una tempesta perfetta che rischia di bloccare la ripresa, l’Italia non può permettersi di restare immobile. Servono risposte forti e immediate: da un lato dobbiamo proteggere le imprese con misure fiscali e strumenti di sostegno al credito, dall’altro sollecitare l’Europa a difendere i propri interessi senza chiudere la porta al dialogo con gli Stati Uniti. È il momento della politica, non dell’attendismo» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’introduzione dei nuovi dazi da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione europea – fino al 25% su acciaio e alluminio e fino al 20% su una vasta gamma di beni manifatturieri e agroalimentari – rischia di avere un impatto significativo non solo sull’export, ma anche sulla stabilità macroeconomica dell’area euro. Tali misure protezionistiche possano generare effetti negativi a catena sull’inflazione, sulla politica monetaria della Banca centrale europea e, in ultima analisi, sull’accesso al credito per famiglie e imprese. Il rincaro dei beni importati, a seguito dell’applicazione dei dazi americani, potrebbe alimentare ulteriori tensioni inflazionistiche in Europa.

Le nostre stime indicano un potenziale aumento dell’inflazione compreso tra l’1% e il 2% aggiuntivo nel corso del 2025. Un trend che, se confermato, ostacolerebbe il percorso di discesa dei prezzi in atto dopo il picco registrato tra il 2022 e il 2023. In questo contesto, la Banca centrale europea potrebbe essere costretta a rivedere i propri piani di allentamento monetario. Con il tasso di riferimento attualmente fissato al 2,5%, era atteso un primo taglio entro l’estate. Tuttavia, il rischio di una nuova fiammata inflazionistica potrebbe indurre Francoforte a congelare o ritardare l’intervento, mantenendo elevato il costo del denaro per un periodo prolungato. Un ritardo nella riduzione dei tassi comporterebbe rate ancora elevate per i mutui delle famiglie – oggi su una media del 3% – e per i prestiti alle imprese, che si attestano mediamente intorno al 4%.

La prospettiva di una normalizzazione dei tassi si allontana, compromettendo la capacità di spesa e investimento in tutti i settori produttivi. L’incertezza macroeconomica e il mantenimento di tassi elevati spingeranno le banche a rafforzare i criteri di selezione del merito creditizio. Gli istituti di credito saranno ancora più attenti nel valutare la solidità finanziaria di famiglie e imprese, con l’obiettivo di contenere il rischio di nuove sofferenze. Tale comportamento prudenziale porterà a un ulteriore restringimento dell’offerta di credito, penalizzando in particolare le piccole e medie imprese che più dipendono dal finanziamento bancario per sostenere liquidità e investimenti. La combinazione tra inflazione persistente, tassi elevati e minore disponibilità di credito rischia di produrre un effetto recessivo sull’economia italiana.

Con meno potere d’acquisto e meno risorse a disposizione, le famiglie saranno costrette a comprimere i consumi e le imprese potrebbero congelare piani di assunzione e sviluppo, aumentando i rischi di stagnazione e disoccupazione. «In assenza di un’azione coordinata a livello europeo, volta a contenere l’impatto dei dazi americani e sostenere la domanda interna, l’Italia rischia di pagare un prezzo alto in termini di crescita e stabilità sociale. È urgente che la Bce, la Commissione Ue e i governi nazionali adottino misure di salvaguardia per evitare una nuova stagione di stretta creditizia e freno agli investimenti» aggiunge il vicepresidente di Unimpresa.



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