Imprese italiane vendute all’estero: dov’è finito il made in Italy?


Sono sempre di più le imprese italiane vendute all’estero. La domanda è d’obbligo: il made in Italy è un’identità che sta sparendo o che si sta evolvendo? Difficile dare una risposta secca e univoca. Nel dubbio, il governo Meloni ha creato un ministero ad hoc e persino un liceo, perché il made in Italy è un patrimonio di creatività, ricchezza e qualità. È stile, know how, è orgoglio tutto italiano. Dalla moda all’auto, dall’agroalimentare all’artigianato: le eccellenze del made Italy non sono solo prodotti e marchi famosi delle maggiori società italiane. Sono valore aggiunto che abbiamo esportato in tutto il mondo e che ci hanno restituito prestigio, fama e quel senso di unicità che sembra rendere vano ogni tentativo di imitazione.

Imprese italiane vendute all’estero: Ferrari, Fiat, Lancia, c’era una volta l’eccellenza made in Italy

Si discute ormai da settimane dell’impatto che i dazi trumpiani avranno sulle aziende del made in Italy ma molte cose sono già cambiate rispetto al passato. Negli anni, infatti, abbiamo un po’ perso per strada quell’autenticità e quell’italianità che hanno fatto grande il brand italiano e che abbiamo sacrificato sull’altare dell’internazionalizzazione.

Tutto è cominciato con la crisi economica del 2009 e con la glorificazione della globalizzazione che attraverso la delocalizzazione ci ha portato dritti all’agognata compressione dei costi. Una scorciatoia che ha prodotto benefici nell’immediato ma che, alla lunga, ha determinato l’inizio di un lento declino che ha finito per annacquare, sbiadire quell’orgoglio italiano di cui per decenni siamo andati fieri.

Tra i marchi italiani venduti ai cinesi, ad esempio, ci sono Candy, Pirelli e Ferretti. Gucci, Pomellato, Bottega Veneta, invece, sono solo alcuni esempi di marchi venduti ai francesi. I marchi ancora italiani sono sempre di menoma è forse il settore dell’automotive l’emblema di questo declino che per certi versi appare inarrestabile. La nuova Fiat Seicento, tanto per fare un esempio, viene oggi costruita in Polonia nello stabilimento di Tychy (dove nasce anche la Jeep Avenger e il piccolo Suv dell’Alfa Romeo).

Dal 2024 la produzione della Lancia Ypsilon si è spostata nello stabilimento Stellantis di Saragozza in Spagna. Tra le imprese italiane acquistate dagli stranieri ci sono Fiat, Maserati, Magneti Marelli e Comau. Il risultato? “Stabilimenti vuoti e operai umiliati dalla cassa integrazione”, ha detto qualche giorno fa al Corriere della Sera un laconico Luca Cordero di Montezemolo, ex presidente di Ferrari, altro marchio vincente che ha fatto la storia ma che oggi di italiano ha ben poco.

Un patrimonio che torna italiano: il caso Tim

Vero è anche che le criticità che impediscono all’economia italiana di decollare non riguardano solo un’identità che sembra vacillare sotto i colpi di compratori stranieri, ma sono riconducibili a una molteplicità di fattori.

L’interrogativo a questo punto è d’obbligo: l’Italia è ancora capace di attrarre investimenti? Le difficoltà esistono, inutile negarlo, soprattutto per le piccole e medie imprese, a cominciare dalla pressione fiscale e da una burocrazia estenuante che gli investimenti semmai fa di tutto per allontanarli.

Tuttavia, segnali incoraggianti di un risveglio dell’orgoglio italiano e di un ritrovato spirito di iniziativa sono giunti qualche settimana fa: Poste italiane, con un investimento da 684 milioni, ha rilevato dai francesi il 15% delle azioni di Tim, divenendone il principale azionista con quasi il 25%. Un patrimonio che torna dunque a essere italiano, in un settore tra l’altro, come quello delle telecomunicazioni, oggi di importanza assolutamente strategica. Poste figura anche tra le prime dieci aziende per fatturato insieme a Eni, Enel, Stellantis, Grimaldi, Buzzi e altre.

Associazione Codici: “Cambiata la percezione del brand da parte del consumatore”

“Il made in Italy rappresenta ancora oggi un patrimonio identitario estremamente importante per il consumatore italiano, ma con una percezione sempre più sfaccettata e critica. Mentre tradizionalmente simboleggiava qualità assoluta, artigianalità e unicità, oggi il consumatore ha sviluppato un approccio più complesso e razionale”. A dirlo è Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici che, intervistato da PartitaIva.it, ha spiegato come la percezione che del brand ha oggi il consumatore italiano risulti, per così dire, variabile.

“Nell’agroalimentare – dice Giacomelli – il made in Italy mantiene un’immagine molto forte: i prodotti italiani continuano a essere percepiti come sinonimo di genuinità, sapore autentico e tradizione. I consumatori sono particolarmente attenti alla provenienza degli ingredienti e alla filiera produttiva. Nel settore automotive, invece, la percezione è più sfumata. Marchi storici, che pure mantengono un forte richiamo emotivo, hanno vissuto profonde trasformazioni proprietarie che hanno parzialmente modificato la percezione di italianità”.

Imprese italiane vendute all’estero: la provenienza geografica da sola non basta più

Inutile nasconderlo: il made in Italy ha subìto una profonda evoluzione nel panorama globale. Secondo Giacomelli, infatti, “la svendita di marchi storici a gruppi internazionali ha certamente modificato la percezione di autenticità. Il caso Ferrari è emblematico: pur essendo passata sotto il controllo di Exor (gruppo Agnelli) e quotata in borsa, mantiene un’immagine di eccellenza italiana”.

“I consumatori  – continua il segretario di Codici – oggi sono più consapevoli della complessità dei processi produttivi globali. Non cercano più solo l’origine geografica, ma valutano qualità del prodotto, innovazione tecnologica, sostenibilità dei processi produttivi, etica aziendale. Il made in Italy rimane un brand di prestigio, ma non più un’etichetta automatica di garanzia. I consumatori richiedono trasparenza, autenticità e coerenza con i valori tradizionali di qualità e creatività. Il made in Italy non è scomparso, si è evoluto. Rappresenta ancora un valore aggiunto, ma deve continuamente rinnovarsi per mantenere la sua credibilità in un mercato globale sempre più competitivo che declina la sostenibilità in una forma non più secondo la canonica tradizionale”.

Made in Italy si racconta, il progetto dell’imprenditore Roberto Santori

“Made in Italy” non è solo un brand ma è anche il nome di un progetto che ha come obiettivo quello di mettere in luce le storie di successo delle aziende italiane. Nasce nel 2021 da un’idea dell’imprenditore Roberto Santori. Partitaiva.it lo ha intervistato. “La community Made in Italy – esordisce – nasce con l’obiettivo di valorizzare e promuovere l’eccellenza italiana in tutte le sue declinazioni, creando uno spazio di confronto tra imprenditori, istituzioni e professionisti per rafforzare la competitività del nostro sistema produttivo”.

Come si declina il vostro impegno sul territorio? “Si traduce – ci spiega – in diverse iniziative, tra cui eventi, programmi di formazione e attività di networking, finalizzate a supportare le imprese italiane nel loro percorso di crescita e internazionalizzazione. Il sito dedicato raccoglie contenuti di ispirazione oltre a tutte le iniziative in programma”.

L’11 aprile appuntamento a Roma con il Made in Italy Day

Un esempio concreto è il Made in Italy Day, in programma il prossimo 11 aprile a Roma, un evento di rilievo nazionale accreditato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), che vedrà la partecipazione di imprenditori, istituzioni e leader dell’industria per discutere strategie di sviluppo e consolidamento del brand made in Italy. Durante l’evento sarà inoltre presentata la seconda edizione del libro “Storie di Successo, l’Italia dell’Ingegno e dell’Eccellenza nel Mondo”, un progetto editoriale che raccoglie le testimonianze di 30 imprese italiane che rappresentano al meglio il valore dell’innovazione e della tradizione nel nostro Paese.

Imprese italiane vendute all’estero, perdita di identità o nuova opportunità di sviluppo?

Ma qual è il valore del made in Italy? Secondo Assocamerestero parliamo di qualcosa come 60 miliardi: cioè quanto spendono in più all’estero per la qualità dei nostri prodotti. Per Santori il made in Italy resta un asset strategico di valore inestimabile, riconosciuto a livello globale per qualità, innovazione e creatività, nonostante la lunga lista della imprese italiane vendute all’estero. “È vero – prosegue – che molte aziende storiche hanno visto un cambiamento nella governance, con l’ingresso di capitali stranieri, ma questo non significa necessariamente una perdita di identità. Anzi, in molti casi, queste operazioni hanno portato investimenti e nuove opportunità di sviluppo.

Tuttavia, è fondamentale proteggere e valorizzare le nostre eccellenze attraverso politiche di tutela del brand, investimenti in ricerca e formazione e strategie di comunicazione efficaci. La sfida oggi è rafforzare il legame tra il valore del made in Italy e i suoi territori di origine, garantendo che l’autenticità e il saper fare italiano rimangano centrali, indipendentemente dalla struttura proprietaria. Per questo, la nostra community lavora per sensibilizzare aziende e istituzioni, affinché il made in Italy non sia solo un marchio, ma un vero modello di sviluppo sostenibile e competitivo”.

Marchi ancora italiani, le aziende che della storia fanno il futuro

I biscotti Lazzaroni nascono in provincia di Teramo. Prodotti buoni e genuini che si rivelano molto più di semplici dolci grazie alla filosofia aziendale che pone l’uomo al centro. Un esempio di italianità doc difesa a tutto spiano.

La Franciacorta si affaccia sulla sponda meridionale del lago d’Iseo e si estende fino a Brescia. Grazie al clima mite del lago che incontra la brezza fresca della Val Camonica nasce la magia della Franciacorta che rendono uniche le bollicine di Berlucchi, Azienda vitivinicola fondata nel 1955 da Guido Berlucchi, Franco Ziliani e Giorgio Lanciani.

Per fare la pasta, l’azienda De Cecco utilizza un metodo di lavorazione che definisce unico come i luoghi in cui nasce che sono quelli dell’Abruzzo. Una tradizione che questi mugnai, così si definiscono, tengono viva da quasi due secoli, da quando nel 1831 don Nicola De Cecco produceva “la miglior farina del contado” nel suo mulino a pietra di Fara San Martino.

Lazzaroni, Berlucchi e De Cecco sono solo tre delle 45 tra aziende e fondazioni che per tutto il mese di aprile apriranno le porte dei propri impianti produttivi e dei musei e archivi d’impresa per raccontare il made in Italy del futuro, partendo dalla propria storia. Queste realtà, custodi dell’immenso patrimonio del saper fare italiano, fanno parte e di Museimpresa (l’Associazione Italiana Archivi e Musei d’Impresa) o dell’Associazione Marchi Storici d’Italia e durante la manifestazione organizzeranno visite guidate per gli studenti, mostre retrospettive, degustazioni, laboratori, esperienze immersive e aperture straordinarie. L’obiettivo è avvicinare il grande pubblico e i giovani alle eccellenze produttive dei territori di riferimento.



Source link

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Source link